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lunedì 16 aprile 2018

La poesia di Vittorio Butera.

 

La poesia di Vittorio Butera


La poesia di Vittorio Butera, per tanti di noi, ha il potere magico di riportarci indietro nel tempo " A ttiempi e mo luntani un sse sa qquantu ", " a ri felici tiempi e quatraranza " quando " a nanna filava chianu, chianu 'tramente me cuntava 'nna rumanza". Essa ci dà la possibilità di rituffarci nel passato e ritrovare e rivivere tante storie di gente e d'animali che Butera racconta con lo stesso linguaggio, lo stesso tono sommesso dei nostri avi e, come allora con una morale già implicita nel racconto.
Con lui si ha l'impressione di accompagnarci a un vecchio amico che ci prende per mano, e, con un sorriso bonario, ci guida tra i luoghi del paese a lui familiari, raccontandoci fatti, descrivendoci paesaggi, facendoci conoscere persone , animali e cose.

Con i suoi " cunti " s'intraprende un viaggio in cui mutano frequentemente luoghi e personaggi e nel quale vengono fuori tante storie caratteristiche dell'ordinaria vita quotidiana di un piccolo paese contadino: piccole furberie, invidie ( u mierulu e ru viscignuolu; u grillu criticu), gelosie, adulazione ( risuglia); atti di prepotenza ( u voi), gesti d'amore ( Mamma Carmela) e di generosità.
Il mondo popolare ha sempre offerto una materia ricchissima e vivacissima di fatti e sentimenti e in " questo mare" Vittorio Butera pesca a piene mani rispettando con obiettività la psicologia del popolo. Egli lo attraversa col passo tranquillo di chi " canusce cum'è fattu u e bba ru munnu" e lo sguardo benevolo e sottilmente ironico di chi ha piena comprensione per gli errori umani; " nulla parola d'odiu o de minnitta", ma un sereno raccontare le cose di chi capisce che il popolo deve, suo malgrado, abbassare la testa e industriarsi per sopravvivere. Un insieme di quadretti di vita quotidiana che avrebbero potuto svolgersi in qualsiasi parte del globo perché l'uomo è uguale dappertutto: con gli stessi difetti e le stesse virtù.
 Entrare in questo mondo è come immergersi in un paesaggio da favola, dove anche gli esseri inanimati acquistano connotati umani.  La cosa non ci meraviglia più di tanto  perché viene fuori la nostra sensibilità di bambini che dà vita  a tutto, sia perché si sa che quando si vive in una  località si crea tra le persone e l'ambiente esterno un rapporto tale che il colloquio è continuo. Si creano complicità; ci si influenza vicendevolmente; si afferrano le reazioni del mondo circostante. Vittorio Butera conosce perfettamente  i luoghi e sa, con perizia, metterne in evidenza il bene  e il male, le zone di luce " e destre" e le zone d'ombra,"  " a manchia".  La prima impressione è che egli racconti i fatti con distacco, come un semplice cronista che evita di prendere posizione: vede i mali, ma non giustifica, né rimprovera; lascia  al lettore la facoltà d'interpretarli. Il mondo  che ci presenta è dominato dalla miseria, diviso tra ricchi ( pochi) e poveri ( molti), ingenui e furbi,  potenti e deboli. Il clima che vi regna è quello della prepotenza da una parte e della rassegnazione dall'altra.  Inutile tentare di modificarlo. La nostra lotta contro i forti è destinata  a fallire come quella del cane contro l'automobile ( piecure e cani), come  la palla che deve necessariamente fermarsi contro l'ostacolo ( a palla e ri birilli); soprattutto se manca tra di noi la solidarietà e ognuno, anche quando subisce violenza, pensa  solo a se stesso ( u gallu e ri quacentaru). Bisogna prendere atto di questa realtà ed accettarne purtroppo i compromessi (a licerta).
  Questo è quanto appare ad una lettura superficiale dell'opera e viene da pensare ad un Vittorio Butera piccolo borghese, indifferente alle grandi problematiche, estraneo agli avvenimenti storici della sua epoca;  sembra quasi  che ci sia  da parte sua  un certo compiacimento a mettere in cattiva luce il popolo mostrandone  i lati negativi e la sua incapacità a lottare per modificare le cose. Ma non è così. Il poeta stesso nelle sue due prime poesie della sua prima pubblicazione ci invita a non fermarci alle prime impressioni, ma  ad indagare più  a fondo per scoprire  la vera essenza delle cose. Il canto non è sempre canto di gioia e dietro ad una tenda di seta spesso si cela la muffa ( U quatru e ra tenna). E in effetti, analizzando bene la sua poesia , si coglie la simpatia  ch'egli ha per la gente che soffre e il suo odio per le ingiustizie, la violenza e la prepotenza.
La filosofia di Butera è, in effetti, che l'uomo semplice non potrà mai cambiare lo stato delle cose e dovrà necessariamente sottostare alle prepotenze degli altri; niente di diverso, con le debite proporzioni tra le due realtà, della povera gente dei Promessi  Sposi; ma, come  nel romanzo manzoniano, qua e là nei versi di Vittorio Butera. aleggia la presenza della Provvidenza. "  E' facile ai numi, che in cielo dimorano, irraggiare di luce  i mortali o abbassarli nell'ombra " (Odissea libro XVI). Prima o poi arriverà il momento in cui gli umili non saranno più costretti a subire e soffrire. Quella mano grande e potente di  Dio può in qualsiasi momento e tramite varie forme intervenire per portare giustizia nel mondo (a scala). Lo può fare tramite la morte che livella tutti ( Tutti guali- U voi e re furmiche), o tramite il vento libeccio che spazza via tutto quello che trova davanti a sé e che può togliere in un attimo, le piccole e le grandi fortune ( Mina, libbicce). Inoltre non è certamente per la rassegnazione chi scrive dei versi come: " A libertà un se vinne " ( Cani grassi e cani lienti) o ancora e soprattutto: " Mu è sempre bbenedittu, u sangu chi se spanne, si nterra lassa scrittu, ppe ' 'mparamientu de  l'umanità: viva ra libbirtà!  ( u grillu). Sono versi che hanno un grande valore: la libertà non ha prezzo ed il sangue non si versa invano se dal sacrificio di uno di noi, altri ne traggono un superiore insegnamento.


Antonio Coltellaro

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